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Giovedì, 19 Maggio 2022
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ARCI TERNI su "La Pagina" di Dicembre

lapaginaTutti i mesi ARCI Terni ha uno spazio sul freeepress "La Pagina". Questo mese troverete un articolo di Francesca Iachini (operatrice ARCI Terni) sul documentario "Libya: No Escape from Hell" che sarà proiettato a Narni Scalo VENERDÌ 17 DICEMBRE presso il Centro Civico ARCI al Parco "Bruno Donatelli"


Il Festival Sabir “Le frontiere dei diritti e la pandemia”
Dal 28 al 30 Ottobre si è svolto a Lecce il Festival Sabir “Le frontiere dei diritti e la pandemia” promosso da ARCI

, Caritas Italiana, ACLI e CGIL. Il Festival realizzato in collaborazione con ASGI, Carta di Roma, A Buon Diritto e patrocinato da RAI, Regione Puglia e dalla Provincia e del Comune di Lecce è stata un’occasione di incontro e dibattito tra persone migranti e rifugiati, esponenti della società civile italiana e internazionale, e ha visto la partecipazioni di politici e rappresentati delle istituzioni. I partecipanti in presenza sono stati circa 500 (nel rispetto dei limiti imposti dalle misure anticovid) ma il numero delle persona che ha partecipato all'evento a distanza sono state oltre 1000. Sono stati 130 relatori (in presenza e a distanza) ad animare il Festival, che grazie alla partecipazione attiva di circa cento persone tra staff e volontari ha ospitato 43 eventi di cui 33 convegni e 5 presentazioni di libri, oltre a 2 concerti, 3 spettacoli teatrali e le sei mostre fotografiche.
“Libya: No Escape from Hell”
Durante il Festival è stato proiettato il documentario “Libya: No Escape from Hell” di Sara Creta, giornalista freelance e documentarista. Il documentario non solo ha aperto gli occhi sulla realtà dei migranti in Libia, ma anche sull’orribile macchina che è stata messa in piedi e sul ruolo dei responsabili della situazione che approfittano delle politiche europee. Al centro del documentario la situazione nei centri di detenzione in Libia, dove migliaia di rifugiati aspettano in condizioni disumane che qualcuno – le milizie, l’Europa, l’ONU – decida quale sarà il loro destino. Anche se ufficialmente i centri di detenzione libici sono gestiti dal governo riconosciuto dall’ONU, in realtà essi sono nelle mani delle milizie che controllano il paese, e che vedono nei migranti una pronta fonte di denaro. Nel documentario viene esaminato l’intero sistema di detenzione, il traffico al di fuori di esso, il ruolo delle milizie e il modo in cui esse esercitano il loro controllo su di esso.
“Libya: No Escape from Hell” ha come obiettivo quello di mettere in evidenza le responsabilità di coloro che sono coinvolti - in primo luogo quella dell’Unione europea, che fornisce finanziamenti e poi non si assume alcuna responsabilità. L’Occidente ha perso influenza nella lunga guerra civile libica e il conflitto ha esposto profonde divisioni all’interno dell’UE, lasciando le potenze non occidentali a riempire il vuoto. La politica miope dell’Europa continua a perseguire una strategia imperfetta per autorizzare le guardie costiere libiche a intercettare i migranti e i richiedenti asilo e riportarli in Libia. La Libia, un oramai paese frammentato e lacerato da fazioni politiche in guerra, leader tribali locali e milizie.
A proposito di “Libya: No Escape from Hell” – colloquio telefonico con Sara Creta del 9/11/2021
A fine agosto del 2019 Sara Creta stava lavorando in Sud Sudan per seguire le nuove proteste nate contro il vecchio presidente Omar Al-Bashir, quando a fronte di vari scambi con la casa di produzione con cui lavora ARTE emerge la necessità di essere il mezzo attraverso il quale le voci dei migranti bloccati in Libia potessero essere ascoltate per la prima volta. La situazione di completo stallo in cui si trovano molteplici migranti in Libia è una situazione che si protrae da tempo e che è oggi tenuta nascosta, e che non riceve la copertura mediatica che dovrebbe, malgrado l’utilizzo da parte degli stessi migranti dei social media, malgrado i contatti con avvocati che si occupano di diritti umani e nonostante la presenza nel paese di giornalisti internazionali. Ciò che accade all’interno dei centri di detenzione così definiti “informali” è precluso all’informazione internazionale. Nessuno può entrare se non attraverso degli speciali permessi, e definire complesso il processo per ottenerlo appare un eufemismo fin troppo benevolo.
Abbiamo chiesto a Sara Creta se avesse portato avanti l’idea iniziale che l’ha portata a girare il documentario. Quando si è recata in Libia per iniziare il progetto nel giugno del 2020 ha trovato il paese completamente devastato. I crimini di guerra compiuti nei confronti dei giovani libici si incastravano con le politiche di terrore che i gruppi armati portavano avanti anche nei confronti dei migranti. I centri di detenzione, come Tarouna, erano diventati delle fossi comuni dove nascondere i ribelli ad Aftar - ovvero i medesimi centri di detenzione voluti e finanziati dalle politiche europee per il controllo delle frontiere si sono prestati per un lungo periodo ad essere il luogo perfetto dove nascondere ciò che le milizie terroristiche perpetuavano nei confronti degli stessi libici. La difficoltà di Focus è stata perciò quella di selezionare all’interno di una vera e propria guerra civile quale fosse il ruolo delle politiche europee nei confronti dei migranti bloccati all’interno dei centri di detenzione formali e non. Le difficoltà di poter girare il documentario sono state enormi poiché Sara Creta è stata sorvegliata 24 h su 24 per tutto il tempo trascorso in Libia e i due colleghi con cui ha girato: un producer locale e un cameramen che si è reinventato fonico, erano sottoposti ad una sequenza interminabile di pratiche burocratiche e di pericoli data la collaborazione. Sara si è trovata de facto a girare senza cameramen e senza direttore della fotografia e prendere lei in mano la macchina da ripresa. La sequenza che è stata girata all’interno della nave della guardia costiera libica ha comportato mesi di lavoro di preparazione, ma non tanto per la preparazione delle scene da girare come si può pensare quando si gira, quanto il poter salire sulla nave stessa. La guardia costiera libica da anni viene finanziata dal governo italiano attraverso specifici fondi che ad oggi sono un totale di 210.097.097,50 Euro. Ovvero il governo italiano come attore principale nella formazione sia di una nuova guardia costiera libica provvista di mezzi donati dallo stesso governo italiano volti a intercettare nel Mar Mediterraneo i migranti che cercano di arrivare nelle coste europee, che la costruzione di centri di detenzione dove questi migranti possano essere posti senza fine. Sara Creta, come giornalista italiana ha deciso attraverso l’immagine di rendere visibile come e dove determinati fondi europei vengono spesi e quanta difficoltà vi sia in un’azione di monitoraggio di trasparenza dei fondi stessi. Soltanto attraverso una presa di consapevolezza collettiva vi potrà essere una chiara richiesta di cambio di paradigma nei confronti delle politiche europee impiegate alla gestione dei flussi migratori. Il controllo richiesto dall’Unione Europea ai libici nei confronti dei migranti è un controllo totale. I migranti sono detenuti nei centri senza sapere quando potranno uscire, non hanno accesso se non raramente a contatti con l’esterno, vengono ridotti in schiavitù poiché obbligati spesso a lavorare per la medesima polizia carceraria senza essere pagati, in passato arruolati dalle milizie terroristiche. Il controllo è del corpo, il migrante deve rimanere nella totale disposizione dello stato libico, ma in realtà rimane nel controllo dello stato libico o di una idea politica che ha sede nella capitale europea belga? Il controllo esercitato è sì fisico ma negando l’accesso in tali centri a qualsiasi organo della società civile vi è un controllo sulle voci di tali migranti ma anche dei loro corpi. Sara Creta precisa proprio questo nell’intervista avvenuta il 9 novembre 2021 “l’azione di Push Back messo in atto dalla guardia costiera libica e richiesto dalle politiche europee comporta una esecuzione di un controllo totale del migrante, un controllo riguardo le vite, l’immagine e le voci degli stessi.” La decostruzione di questa narrativa è uno degli scopi del documentario “Libya: No Escape from Hell”. Una delle scene più care alla regista è la ripresa delle proteste organizzate dai richiedenti asilo all’interno del centro di detenzione. Quelle voci chiedono di essere ascoltate, sono voci che reclamano un ruolo politico all’interno di un sistema europeo che le vuole escludere.

Francesca Iachini (operatrice ARCI Terni)

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